Search
Close this search box.

Supply Chain globali tra rischi e nuovi equilibri

Condividi

Quale sarà il prossimo evento di portata regionale o addirittura planetaria che sconvolgerà le Supply Chain attuali? Gli eventi degli ultimi quattro anni devono aver aperto gli occhi su quella che è realmente la ‘nuova normalità’, vale a dire un periodo storico di transizione tra un ordine – quello atlantico, occidentale e filo-statunitense – e qualcosa che ancora non conosciamo.

Russia, Cina e, da un anno a questa parte, il Medio Oriente, che vive la peggior versione di sempre dello scontro tra israeliani e terrorismo arabo, con la divisione sciiti-sunniti a fare da sfondo nel dilagare di violenza (con silenzi molto significativi), sono gli scenari aperti.

C’è di più: noi, da occidentali purosangue, non guardiamo mai troppo ad oriente, dunque non percepiamo i nazionalismi e le spinte a voler entrare in un nuovo equilibrio di forze mondiali che traspaiono da nazioni enormi come l’India, per citarne una. Senza parlare dell’America Latina e di quei Paesi che meditano da tempo sul modo in cui ribaltare la loro posizione storica di sudditanza nei confronti del ‘nord’ industrializzato e ricco.

La Supply Chain è collegata a ciascuna di queste situazioni e noi ci troviamo all’altro capo del filo.

Cina, tra guerra e pace

Zheng Yongnian è un nome sicuramente sconosciuto alle nostre latitudini: lo è invece meno in quella nazione che somiglia ad un subcontinente che è la Cina, dove le sue analisi geopolitiche circolano sui social, come WeChat, e vengono persino commentate da Xi Jinping.

Zheng Yongnian è uno studioso che fa parte dell’entourage comunista del regime cinese, dunque viene apprezzato per la sua retorica vicina all’ideale di governo, ma, come riporta il noto giornalista Federico Rampini, che lo cita in un suo articolo sul Corriere della Sera, è una campana utile a comprendere la mentalità dei nostri ‘coinquilini’ globali.

Ebbene, per farla breve, lo studioso cinese preconizza la spaventosa prospettiva di una terza guerra mondiale, il cui scenario di interessi e combattimenti sarebbe da identificarsi proprio nell’area Asia-Pacifico.

Il perché risiede proprio in quel mix – citato nell’intervento di Zheng Yongnian – di nazionalismi e di contrapposizioni, per mantenere fede alla visione ideologica, con gli Stati Uniti.

Quella di Zheng Yongnian, al netto del tono retorico ‘d’ufficio’, non pare essere un’analisi del tutto priva di fondamenti: in Asia troviamo la Cina e Taiwan, troviamo l’India, troviamo una buona parte delle ex-repubbliche sovietiche indecise se rimanere sotto l’ombrello russo o trovare una sponda migliore, troviamo Pakistan, Bangladesh, una parte di Turchia e, soprattutto, troviamo l’Iran.

Tutti attori caratterizzati da una discreta ‘fame’ di cambiamento o di instabilità unita ad una postura aggressiva.

Il doppio legame tra Asia e Supply Chain

Questa ipotesi, che risponde ad una visione oriente-centrica di quanto si sta muovendo sullo scacchiere internazionale, purtroppo qualche riscontro nei fatti lo trova (Israele e Iran potrebbero dare il via ad un conflitto su scala regionale che difficilmente terrebbe fuori le altre nazioni dell’area, la Cina approfitta della situazione di debolezza internazionale per accerchiare Taiwan, tanto per dire).

L’Asia, per la Supply Chain, rappresenta un doppio legame, quasi una relazione tossica: se con la Russia tagliare acquisti e forniture è stato difficile, a volte sconveniente dal punto di vista puramente economico, ma non impossibile, nei confronti della Cina – figuriamoci di un’Asia in senso allargato – non è fattibile.

Le leadership occidentali si sono perse negli anni in guerre doganali e grandi proclami, ma la realtà dei fatti dice una cosa ben chiara, ossia che dipendiamo dalla ‘fabbrica del mondo’. Non solo in senso storico, ossia per scelte passate – gli USA, ad esempio, l’industria dell’acciaio in casa propria l’hanno smantellata da quel dì: tornare ad un’autosufficienza sarebbe un miraggio – ma anche in senso contemporaneo: si pensi alle batterie per device e veicoli elettrici, di fatto prodotte in Cina e solo marginalmente altrove.

Purtroppo, diverse analisi politiche riportano l’aggressività con cui Pechino, dall’educazione all’intrattenimento, ha esasperato l’esaltazione del nazionalismo cinese e del proprio diritto a difendersi da chiunque lo minacci: una preparazione di campo per la propria opinione pubblica che può legittimare un’aggressione a Taiwan, per esempio.

Sia chiaro, alla Cina una guerra combattuta in prima persona non conviene e tantomeno è interessata ad un’implosione del resto del mondo per il semplice principio che ha bisogno di mercati sui quali vendere. Però, alcune mosse possono non farle dispiacere: Taiwan è il cuore dell’industria mondiale dei chip, uno dei motivi per cui gli Stati Uniti e le sue industrie hi-tech temono l’annessione anche amministrativa dell’isola.

Lo scenario medio-orientale

Lo scenario mediorientale è, in questo momento, il più caldo, senz’altro quello che sta tenendo banco, se si accetta il cinico raffreddamento nei confronti delle sorti di ucraini e russi.

Tutto il mondo attende la reazione israeliana nei confronti del secondo, ben più massiccio e decisamente meno ‘telefonato’, attacco iraniano: anche qui, il coinvolgimento della Supply Chain è sullo sfondo.

Dovendo tralasciare la disumanità intrinseca dei fatti, proprio il trasporto marittimo è stato chiamato in causa poco dopo la reazione israeliana nei confronti di Hamas in Palestina con la deviazione forzosa delle rotte mercantili abituate a transitare dal Mar Rosso a colpi di missili. Ad operare è l’ormai nota milizia Houti, che fa base in Yemen ed è foraggiata dall’Iran.

Questo primo fattore ha condizionato il trasporto e il commercio globale, impattando su ogni suo aspetto, dai tempi alla logistica delle singole flotte ai costi, dalla filiera industriale al consumatore. 

Ora che, dopo un anno, ci siamo abituati a questa nuova geografia delle rotte marittime, una nuova spada di Damocle pende sulla testa di un’altra filiera vitale, quella dell’energia.

L’allargamento del conflitto nella regione mediorientale potrebbe portare a reazioni inconsulte da entrambe le parti: se Joe Biden ha diffidato Netanyahu dal colpire l’industria petrolifera iraniana c’è senz’altro una ragione elettorale, ma che va ben oltre il breve periodo.

L’Iran stesso potrebbe, come contro-mossa, colpire i pozzi petroliferi delle nazioni arabe vicine, quelle stesse che attualmente ‘stanno a guardare’ – anche perché, in quanto sunnite, sono più che parzialmente interessate a veder indebolire la dirimpettaia sciita. 

Sullo sfondo della tragedia umana, un’escalation nella zona potrebbe dunque colpire duramente tutta l’industria dell’energia e degli idrocarburi, portando ad una crisi petrolifera che azzopperebbe molte filiere, a partire da quelle dei trasporti.

Le rotte marittime

Un qualsiasi conflitto in Asia, che avvenga nel Mar della Cina o che si propaghi in Medio Oriente più di quanto non stia facendo, coinvolgerebbe le rotte marittime.

Il Canale di Suez ha già perso oltre la metà dei transiti di navi che era storicamente abituato a gestire e i porti del Sud del Mediterraneo ne hanno risentito in modo deciso, dato che molte rotte da quasi un anno si dirigono direttamente a Gibilterra facendo il periplo dell’Africa, spesso senza nemmeno entrare nel Mediterraneo, ma dirigendosi nei grandi porti del nord Europa.

Avvenisse qualcosa di simile con le vie di collegamento tracciate da e per la Cina, l’impatto sarebbe sconvolgente e darebbe un nuovo input a nazioni emergenti nel transhipment, come quelle del subcontinente indiano.

Potrebbe rafforzare anche i collegamenti con il Sud America, una delle aree del mondo sulle quali proprio Pechino ha maggiormente investito in infrastrutture portuali e dedicate ai container.

Di fatto, l’occidente si troverebbe in una posizione di debolezza, non solo perché dipendente per le forniture più disparate, ma anche perché potrebbe progressivamente trovarsi ‘tagliato fuori’ e costretto a rincorrere.

Dunque, ancora una volta – e non sarà probabilmente l’ultima – la Supply Chain si trova appesa ad un filo.

Ti potrebbero interessare