Le tensioni commerciali – e non solo – tra Stati Uniti e Cina hanno ridisegnato la logistica nordamericana, con il Messico che emerge come un attore chiave. Dal 2018, le politiche tariffarie statunitensi hanno preparato il terreno per un diverso assetto delle catene di fornitura globali, spinte poi, soprattutto dai venti di guerra e dalle contrapposizioni per blocchi in cui il mondo si è ridiegnato, verso cambiamenti radicali.
Questo scenario ha da subito favorito una serie di Paesi emergenti, tra i quali il vicino di casa degli USA, il Messico, eletto ad hub strategico per le merci containerizzate dalla Cina, ma anche sede preferita per il nearshoring dagli Stati Uniti – in barba alle politiche protezionistiche dei vari inquilini della Casa Bianca.
L’ascesa del Messico non è però ancora consolidata e dipende, nel prossimo futuro, da una serie di fattori. Certamente la nazione centramericana reciterà un ruolo sempre meno subalterno nei confronti degli Stati Uniti, concorrendo allo stesso tempo ad indebolirne la logistica e ad attrarre investimenti sul proprio territorio, ma rischiando di rimanere stritolata tra i protezionismi USA e gli interessi di Pechino.
Messico tra tensioni commerciali e opportunità
Dal 2018, i dazi in entrata imposti dagli Stati Uniti a trazione Trump su oltre 380 miliardi di dollari di beni cinesi, con 79 miliardi di dollari in tariffe, hanno spinto le imprese asiatiche – ma anche una buona parte delle statunitensi – a cercare soluzioni alternative.
A beneficiare di questa situazione è stato il Messico, storica frontiera con gli States, diventando un’importante destinazione per i container provenienti dalla Cina. Un fenomeno che non è sfuggito alle analisi dei flussi marittimi, che hanno registrato, nel primo semestre del 2024, come il volume di TEU dalla Cina al Messico sia aumentato del 61,5%, con un incremento del 64,4% solo a gennaio.
La situazione venutasi a creare ha molteplici risvolti: la Cina è stata più volte accusata di aver dirottato una fetta delle sue esportazioni di prodotti finiti o semilavorati e semiassemblati verso nazioni del centro e sud America con l’intento di aggirare i dazi doganali e continuare a commerciare sui mercati ricchi del nord America in modo sleale – tutta la ‘guerra dei dazi’ iniziò sulla base delle accuse di dumping statale a favore delle industrie cinesi e la conseguente volontà, più o meno realizzabile, di proteggere i mercati interni da una sorta di doping al ribasso dei prezzi.
Il Messico fungerebbe quindi da ‘filtro’ per ‘lavare’ l’identità cinese delle merci, permettendo loro di varcare la frontiera con gli USA più agevolmente di quanto non facciano le persone.
Però va anche detto che il Messico offre effettivamente condizioni favorevoli per lavorare alle industrie, disponendo di spazi, forte manodopera, anche qualificata, a prezzi più competitivi che negli Stati Uniti, disponibilità statale a sgravare fiscalmente gli imprenditori e infrastrutture che non saranno competitive a livello assoluto, ma che sono in via di ammodernamento – e, comunque, strade e porti a Washington e dintorni mostrano da anni notevoli limiti.
Volumi, settori e crescita
L’aumento dei flussi commerciali ha già trasformato i porti messicani, per esempio. Il porto di Manzanillo ha visto un incremento del +40% nelle importazioni, mentre Lázaro Cárdenas ha registrato una crescita straordinaria del +200%.
Proprio grazie a questa enorme iniezione di merci movimentate in ingresso, il Messico sta vivendo una fase di crescita economica, supportata anche dagli investimenti infrastrutturali, spesso effettuati da grandi aziende dello Shipping accorse per accaparrarsi le migliori posizioni negli scali – un esempio sono le nuove strutture aperte da Maersk nelle città di Tijuana e di El Paso, che hanno migliorato le capacità logistiche e facilitato il trasporto transfrontaliero.
A proposito di esportazioni verso gli Stati Uniti, a guidare le spedizioni tra gennaio e maggio 2024 sono stati gli accessori per motori, con oltre 10.050 spedizioni registrate.
Tutto ciò, per il Messico significa anche crescita dell’occupazione e nuove opportunità di lavoro nei settori della logistica e dei trasporti, invertendo un trend che storicamente portava i lavoratori messicani ad emigrare negli USA.
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Criticità di una crescita improvvisa
Una crescita tanto repentina ha dei naturali contraccolpi negativi e stressa i punti più deboli del sistema messicano.
Gli investitori segnalano infatti la necessità di miglioramenti infrastrutturali nei porti messicani per gestire l’aumento del traffico, sottolinenando come le limitazioni attuali compromettono la capacità del Messico di assorbire il nuovo business derivante dal nearshoring, facendogli perdere delle opportunità di ulteriore crescita.
Le limitazioni infrastrutturali dei porti messicani, poi, creano frustrazione tra gli operatori marittimi, che hanno più volte invocato interventi governativi per migliorarne le capacità, cosa fortemente auspicata con l’elezione del nuovo presidente Claudia Sheinbaum, che è però alle prese con problemi più urgenti sui fronti costituzionali e sociali, oltre che con lo storico contrasto dei narcos.
Si tratta di problemi in parte correlati, vuoi per le possibili infiltrazioni delle mafie, vuoi per i risvolti sociali derivanti dalla disparità di sviluppo tra i differenti Stati confederati del Paese, in quanto non tutte le regioni del Messico beneficiano allo stesso modo di questo boom commerciale, vedendo crescere le disparità economiche.
Infine, l’aumento delle emissioni di CO2 dovuto al traffico transfrontaliero di camion pone sfide ambientali significative che la nazione messicana non sembra pronta ad affrontare, non con la velocità con cui cresce il problema.
Cosa cambia per gli USA
Lo shift sulle rotte commerciali verso il Messico di una bella fetta di merci prima dirette verso i porti statunitensi ha effetti significativi anche sugli Stati Uniti stessi.
Il punto di fondo è che si tratta di beni che Washington non può rimpiazzare con una produzione interna a meno di non affrontare un processo di reindustrializzazione pesante anacronistico e, comunque, decennale: dunque si sta generando una dipendenza nei confronti del trasporto su gomma dal Messico, fattore che incide sui costi logistici e sull’ambiente, facendo lievitare le emissioni di CO2.
Un problema nel problema per le aziende a stelle e strisce, che devono adattarsi a questa nuova dinamica di supply chain, cercando un bilanciamento tra vantaggi economici e responsabilità ambientali.